La storia di G.

facchini

G. è entrato in Italia dieci anni fa. Scappava dalla Liberia.

Nel 2003 la situazione in Liberia era a dir poco instabile, era appena finita la guerra civile scoppiata nel 1999 e altri gruppi di guerriglieri cominciavano a fare la loro comparsa.

G. scappa come molti dei suoi connazionali, il tragitto che lo aspetta è quello calcato da centinaia di migliaia di migranti che cercano di raggiungere le coste del nord Africa per imbarcarsi verso l’Europa.

Molti suoi compagni durante il percorso perdono la vita o vengono respinti dalla polizia libica, la storia è quella che emerge da quasi tutti i migranti che dall’Africa centrale sbarcano sulle nostre coste.

Arriva a Lampedusa, presenta una domanda di asilo politico a Porto Empedocle e , una volta preso un permesso per protezione sussidiaria, si dirige in Nord Italia per cercare lavoro.

G. non ha difficoltà a trovare un impiego, è un gran lavoratore. Anche se le  condizioni di impiego sono impensabili per un paese civile: lavora per anni in un’azienda di pulizie, turni sfiancanti e diritti negati , ma non è nulla in confronto a quello che ha passato in Liberia.

Lavora praticamente sempre, vive con dei suoi connazionali, non ha problemi a rinnovare il titolo di soggiorno, dopotutto fa parte di una categoria protetta, ad ogni rinnovo deve barcamenarsi un po’ in attesa dell’esito della commissione, ma il permesso ce l’ha , il lavoro pure. Magari in qualche altro paese avrebbe anche diritto a qualcosa in più , visto che scappa da un conflitto , però G. non si lamenta e continua a lavorare.

Fino a che arriva la crisi occupazionale. I primi a saltare sono i lavoratori stranieri, molto spesso non in quanto stranieri , ma perché occupati in settori particolarmente colpiti dalla crisi e con contratti che non garantiscono un minimo di tutela.

G. si trova a casa nel 2012, per la prima volta, dall’oggi al domani.

In giro non si trova più niente, G. non è riuscito a mettere via dei risparmi. In questi anni tutto quello che avanzava dalle spese fisse veniva mandato in Liberia. Il reddito manca, l’affitto salta, G. si trova per strada.

Dormire nei parchi sfianca il corpo e la mente. Lui, titolare di un permesso per protezione sussidiaria, fosse stato in Germania avrebbe diritto ad un alloggio in quanto rifugiato , in Italia si trova su una panchina o rimbalzato da un asilo notturno all’altro. E’ depresso, vulnerabile, inizia a berci su e la sua condizione peggiora. E’ difficile presentarsi per dei colloqui quando vivi per strada, il lavoro diventa una chimera. G. però non chiede l’elemosina , non si arrende. Denuncia il suo vecchio datore di lavoro ( mancano un pò di stipendi e tutto il TFR) e non perde occasione per verificare lo stato della vertenza all’ Ufficio competente.

Ha tutto nello zaino che si porta appresso, gli rubano il cellulare. G. non lo sentiamo per un po’.

Ora è tornato, ha trovato qualche lavoretto in nero e alcuni suoi connazionali hanno deciso di ospitarlo.

Lui che ha lavorato per quasi 10 anni  nel nostro paese per la legge è come se fosse sbarcato ieri sulle nostre coste.

Il pregresso non influisce in nessun tipo di pratica.

G. è forte, è caduto e sta cercando di rialzarsi.

Forse qualcun’ altro non ce l’avrebbe fatta.

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